I pini silvestri di Armo

I PINI SILVESTRI DI ARMO

Percorso naturalistico n. 1

ITINERARIO: Armo (849 m) – Ponte Franato (903 m) – Messane (1100 m) – Armo (849 m)

Tempo di percorrenza: 3,00 h

Dislivello: 400 m.

Percorrenza: Trekking

Difficoltà: E

Il Percorso: Si attraversa l’abitato di Armo in direzione nord per imboccare la stradina che conduce alla valle dell’Armarolo. Questa si addentra subito nel bosco di pino silvestre, con splendidi esemplari monumentali. Si fiancheggia il vecchio mulino ed una cascata. Un ponticello permette di passare sulla sponda sinistra dell’Armarolo. Al successivo ponte, robusto a dispetto del nome della località (“Ponte Franato”, mt. 903 – h 1,10), si incontra un bivio: la strada, costruita nel tempo della Prima Guerra Mondiale, prosegue verso sud in direzione Denai, dall’altro versante della valle verso Messane.
E’ quest’ultima la direzione che prendiamo, passando poco dopo nei pressi di un lungo “cuel” che sembra scavato nella roccia. Il paesaggio si apre progressivamente sui monti della Valvestino e le case rurali di Vott. Giunti agli ampi prati di Messane (1100mt. – h 1,00) conviene, volendo tornare al punto di partenza, prendere il sentiero in salita verso sud che si diparte dall’area di sosta verso sinistra a lambire la malga. Il percorso è inizialmente in leggera salita tra bei faggi mentre, la discesa che ci porterà ad Armo (che inizia in concomitanza di un bivio con un sentiero in salita che porta ad un casotto), attraversa di nuovo la pineta silvestre. Su alcuni di questi alberi si notano i segni incisi risalenti a quando si praticava la raccolta della resina (h 0,50).

Il bosco di Armo

Il bosco di pino silvestre (pinus sylvestris) che sovrasta Armo è di probabile origine artificiale, frutto di un rimboschimento effettuato dall’amministrazione austro-ungarica nei primi anni del Novecento. Lo scopo dell’impianto si intuisce incamminandosi fra gli alberi ed avvertendo ancora qua e là, sotto i piedi, le mobili ghiaie ormai rinsaldate, che dovevano fasciare il versante occidentale del Monte Pralta, minacciando la frazione sottostante ad ogni temporale. Si può dire, a distanza di anni, che il rimboschimento di protezione è perfettamente riuscito. La pineta sta ora evolvendo abbastanza rapidamente verso una formazione mista, con una crescente percentuale di latifoglie termofile e mesofile. E’ probabile che, se non interverranno traumi (incendi, schianti ecc. ) tra qualche decennio il pino sarà relegato ad un ruolo accessorio e l’origine artificiale del bosco diverrà illeggibile. 

I pini di Armo portano impressa nella corteccia la testimonianza ancora visibile di una pratica ormai perduta, relegata fra i ricordi di quel tempo in cui dal bosco si prelevava tutto quanto era possibile sfruttare. Così avveniva per la resina, prezioso composto prima dell’avvento della chimica organica.

La tecnica di estrazione è facilmente immaginabile osservando i segni non del tutto cicatrizzati che questa pratica ha lasciato: veniva usato il metodo detto a “spina di pesce”, attuato mediante incisioni a V profonde un cm circa sul legno librato dalla corteccia. Alla base delle incisioni il liquido riempiva piccoli recipienti dai quali veniva periodicamente raccolto.

I Pini di Armo hanno subito un solo ciclo di resinazione, su un lato dell’albero.

Il Procedimento completo, prevedeva invece l’incisione anche sugli altri lati, secondo intervalli, di circa cinque anni.

La Valvestino doveva essere una discreta produttrice di trementina. Giuseppe Zeni, profondo conoscitore di questa terra, racconta di un commercio fiorente con la vicina Repubblica Veneta, che impiegava la resina nella manutenzione della propria flotta, e suggerisce l’ipotesi suggestiva dell’origine del toponimo fornèl, intercluso nella foresta demaniale sulla destra idrografica della Val Droanello, attribuendola alla presenza di un impianto per la raffinazione della resina finalizzata ad ottenere la trementina. Se l’ipotesi è attendibile non è da escludere che a fianco della raffineria di trementina vi fosse anche un impianto di distillazione secca del legno per la produzione di pece navale (pece nera) che veniva usata proprio per calafatare le navi.

Il pino silvestre (pinus sylvestris)

Questa specie può vivere a lungo, esige molta luce, vegeta anche in terreni poco fertili e colonizza spesso le aree rupestri. Forma boschi aperti e chiari di soli pini oppure si ritrova frammisto, secondo le quote, con latifoglie o con conifere. Il Pino silvestre ha una notevole importanza forestale anche per il suo potere di migliorare i terreni più poveri.

Caratteri distintivi

Il Pino Silvestre può raggiungere i 35–40 metri di altezza; la sua chioma è leggera, spesso irregolare con tendenza alla forma a ombrello nella vecchiaia; le ramificazioni sono grosse e irregolari. La corteccia è color rosso arancio nelle piante giovani, successivamente diventa rosso grigiastra fessurata in placche. Gli aghi sono persistenti, di colore verde chiaro, riuniti a 2 e lunghi da circa 5 a 7 cm. Le pigne sono coniche, lunghe 4-6 cm. circa, con breve peduncolo curvo. Assumono un colore grigio – bruno alla maturità.